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Web 2.0 e democrazia elettronica

giovedì, 9 aprile 2009

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Internet si configura fin dai suoi esordi come strumento di partecipazione dove le persone creano scambi e danno vita a dibattiti su ogni argomento: dai temi di attualità fino allo sbarco degli alieni.
La definizione di “Web 2.0″ sarebbe quindi superflua, ma è ormai entrata in uso e ci è utile per parlare della socialità in Rete. Questo fenomeno ha da tempo attirato l’attenzione di chi si occupa di comunicazione pubblica e di chi lavora per le istituzioni. Nella straordinaria agorà digitale che è Internet, ci si chiede infatti se possono maturare processi utili a migliorare la qualità delle nostre democrazie aumentando la partecipazione dei cittadini alla vita politica.

Il seminario E-democracy 2.0 che si è svolto ieri a Bologna ha affrontato proprio questo tema sia dal lato teorico che pratico portando esempi di siti web, forum e social network creati per favorire il dialogo tra cittadini e istituzioni.
Tra i progetti presentati: il portale iopartecipo.net promosso della Regione Emilia-Romagna, e il network europeo PEP-Net formato da soggetti attivi nell’ambito della democrazia elettronica.

Tutti i relatori hanno sottolineato le grandi potenzialità di Internet come strumento di partecipazione e come mezzo per promuovere una maggior trasparenza delle istituzioni.
Sono emerse anche le criticità: Bryan Loeder dell’Università di York mette in guardia da un approccio strumentale di Internet da parte di politici che se ne servono più per fare indagini di mercato che per avvicinarsi alle persone. L’intervento di Laura Sartori dell’Università di Bologna si sofferma digital divide: la disuguaglianza che persiste nell’accesso alle tecnologie digitali in base al genere, all’età e all’istruzione.
Un’ulteriore criticità, rilevata tra gli altri da Peter Mambrey dell’Università di Duisburg-Essen, è il rischio che le numerosissime nicchie e gruppi di interesse attivi sul web diano luogo a un’eccessiva frammentazione nel mondo della Rete.

Le iniziative volte a prmuovere la partecipazone dei cittadini attraverso la Rete si confrontano spesso con la resistenza al cambiamento da parte delle istituzioni. Sabrina Franceschini della Regione Emilia-Romagna evoca a questo proposito la sindrome di NIMO, ovvero “Not in My Office”, la diffidenza all’interno delle organizzazioni, nei confronti delle innovazioni che possono interferire con i processi decisionali consolidati.

La strada della democrazia elettronica che questi pionieri stanno percorrendo è senz’altro in salita, specialmente se si considera che, nella nostra democrazia rappresentativa, i cittadini sono direttamente interpellati solo durante le elezioni e i referendum abrogativi. Che cosa accadrà quanto avremo tutti imparato a districarci tra i concetti di “e-democracy“, “e-partecipation“, “web 2.0” ed entreremo nel merito di questioni politiche e amministrative attraverso portali, forum e social network? In che termini avverrà, se avverrà, una maggiore inclusione dei cittadini nel sistema decisionale?

Certo è che la Rete sta favorendo la nascita di nuovi stakeholder, ovvero associazioni di cittadini e gruppi di interesse che si organizzano per manifestare esigenze e bisogni. In Rete sempre più persone desiderano far sentire la propria voce e le singole istituzioni stanno imparando a rapportarsi con questi creatori di pensieri alternativi che da tempo hanno trovato sul web uno spazio di espressione e socialità.

Campagna per le elezioni europee 2009: uno strano caso di localizzazione

martedì, 17 marzo 2009

toppage_logo_it.jpgIn vista delle elezioni parlamentari del 2009, l’Unione Europea con il supporto di un’agenzia di comunicazione tedesca, la Scholz & Friends, si è impegnata nel lancio di una Campagna di sensibilizzazione per incentivare la partecipazione dei cittadini europei al voto. Nel 2004 l’Unione Europea aveva infatti registrato un imbarazzante calo di popolarità dato che solo il 46% dei cittadini si era recato alle urne. La prima cosa che giustamente un’istituzione deve chiedersi in questi casi è: dove abbiamo sbagliato?

Da questa esperienza è nata così l’idea di lanciare alla vigilia delle elezioni del 2009 una campagna per scongiurare l’astensionismo, uguale per tutti gli stati membri basata sul claim “It’s Your Choice” e riconoscibile dall’uso dei colori simbolo dell’Unione Europea: l’azzurro e il giallo.
In questo filmato sono spiegati gli obiettivi: dare coerenza alla comunicazione dell’Unione Europea proponendo ai cittadini la stessa visione, lo stesso slogan e lo stesso logo ovunque in Europa. Prendendo dichiaratamente spunto dal successo di Obama e del suo motto “Yes We Can” che tanto ha contribuito a infondere nell’elettorato americano un senso di partecipazione e responsabilità per la propria scelta.

La campagna si basa soprattutto su messaggi audiovisivi e multimediali. Lo scopo è naturalmente quello di “raggiungere le persone lì dove sono”: davanti alla televisione (fascia della popolazione più anziana) o al monitor del computer (i giovani), ma anche nei luoghi pubblici della città. Cinque spot sono infatti già visibili a Roma nello spazio Europa di via IX Novembre.

Aldilà delle valutazioni sull’esito degli sforzi creativi (e/o del budget speso) si tratta di un ottimo esempio di coordinamento delle attività di comunicazione utile a dare un senso di coesione dei vari stati membri e l’idea di un tessuto politico e sociale europeo di cui far parte in modo attivo. Il problema riscontrato nelle passate elezioni era infatti che le persone non percepivano come determinante il proprio voto di fronte a un elettorato formato da 350 milioni di cittadini.

Fin qui tutto bene, ma il nostro Ministro per le politiche comunitarie, Andrea Ronchi, non ha apprezzato il lavoro svolto dall’agenzia berlinese e dall’Unione Europea dissociando l’Italia dalla campagna. Questo il breve comunicato pubblicato sul sito del Dipartimento:

Il Ministro per le Politiche Europee, Andrea Ronchi, ritiene che i contenuti della campagna di comunicazione promossa dal Parlamento europeo, nella sua attuale formulazione, non siano idonei a migliorare la percezione e la conoscenza dei valori e delle opportunità derivanti dall’appartenenza all’Unione Europea.
Per questo motivo il governo italiano non intende aderire alla campagna di comunicazione europea in vista del voto di giugno. In pieno accordo con la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Dipartimento per le Politiche Comunitarie, sta preparando una diversa e più appropriata campagna di comunicazione.

Il TG1 oggi ha annunciato che si tratta di un problema di localizzazione, cioè di adattamento della comunicazione allo specifico contesto culturale del nostro Paese. Questa affermazione sembra andare nella direzione completamente opposta allo spirito che ha animato la campagna di sensibilizzazione UE.
Inoltre “localizzare” una campagna significa adattare un messaggio dal punto di vista linguistico e culturale, ma non richiede di doverla rifare (e per giunta a proprie spese).
Un esempio di localizzazione – che non è una semplice traduzione – è il claim “Usa il tuo voto” adattamento italiano di “It’s Your Choice” (letteralmente “è la tua scelta”) abbinato alla campagna in questione.

Mi chiedo, in qualità di professionista delle relazioni pubbliche, se una decisione del genere sia stata maturata con la dovuta attenzione. Come farà infatti il Governo Italiano a farci sentire parte di una comunità culturale, territoriale e politica più ampia partendo dal presupposto che siamo diversi dagli altri cittadini europei?