Biglietti da visita: i 7 errori più comuni

1 febbraio 2010

Nell’epoca della stampa digitale e della grafica “fai da te” il biglietto da visita è diventato uno strumento di presentazione molto diffuso, ma non sempre altrettanto curato. Prendendo in esame la mia collezione personale ho isolato i casi più disperati per compilare questo breve elenco degli errori più frequenti.

1. BIGLIETTI SCRITTI A MANO: magari su carta da riciclo. Sono una realtà che ha un’incidenza maggiore quanto più il soggetto lavora in ambito pubblico.

2. ANTEPORRE IL COGNOME AL NOME: vecchio retaggio da caserma purtroppo ancora diffuso.

3. FORMATI BIZZARRI: allungati, rotondi, piccoli e quadrati… l’originalità spesso non paga sul piano della funzionalità col rischio che il biglietto debba essere piegato per entrare nei raccoglitori.

4. RECAPITI NON AGGIORNATI: cancellature e correzioni a penna non sono molto utili a promuovere la propria immagine professionale.

5. CARATTERI OSCURI: l’uso poco accorto dei caratteri tipografici e soprattutto del corsivo rende le scritte indecifrabili costringendo gli altri a sforzare gli occhi.

6. TITOLI CANCELLATI: accade anche questo. E induce a chiedersi per quali ragioni il soggetto abbia perso il titolo o la carica.

7. IMMAGINE FIACCA: anche un biglietto da visita, come qualsiasi strumento di comunicazione, deve colpire l’attenzione e possibilmente rimanere impresso nella memoria.

What is a Browser?

17 giugno 2009

browser.jpgUna delle preoccupazioni di tutti i progettisti di software è quello di rendere naturale e fluido l’utilizzo delle interfacce da parte degli utenti.
Eliminare l’attrito tra la mente umana e gli strumenti esterni che adoperiamo per supportare i suoi processi è un obiettivo complesso che nel caso dei browser web si può dire raggiunto. Tutti gli utenti della Rete li usano dando per scontate le loro prestazioni e senza preoccuparsi più della loro funzionalità.

Basta guardare questo divertente video realizzato da uno studio creativo di New York per il Google Creative Lab per rendersene conto. Alla domanda “Che cos’è un browser?” poche persone sono in grado di rispondere in modo corretto, eppure solo negli Stati Uniti, software come Firefox ed Explorer sono usati abitualmente da oltre 160 milioni di navigatori! (dato comScore)

Internet ci aiuta a decidere, e Microsoft lo sa!

29 maggio 2009

TravelHome_print_1.jpgMolti di noi sono ormai abituati a consultare Internet prima di acquistare libri, viaggi, automobili, tecnologia e quant’altro.
Oggi non c’è niente come la Rete che ci permette di comparare i prodotti, raccogliere informazioni sulle loro caratteristiche ed avere accesso a recensioni e pareri di altri utenti.

A confermare questo fenomeno, arrivano i dati diffusi dall’Osservatorio sulla Multicanalità 2008 a cura di Nielsen, Nielsen Online, Connexia e la School of Management del Politecnico di Milano.

Dall’indagine emerge innanzitutto che la maggioranza degli utenti della Rete (63%) appartiene alla fascia adulta (25-54 anni), si tratta quindi di un pubblico autonomo nei processi decisionali.

La ricerca ha inoltre evidenziato che:

• Internet è la principale fonte di ricerca informazioni per il 21% della popolazione italiana;
• Cresce dal 18% al 23% il numero di persone che si recano in punto vendita per avere evidenza fisica di un prodotto e per chiedere consigli e suggerimenti nella scelta, ma poi effettuano l’acquisto online;
• I blog e i social network aumentano la loro rilevanza nel processo d’acquisto: il 27% degli intervistati dichiara di leggere opinioni di altri utenti su forum e blog e il 10% partecipa attivamente a tali discussioni.

E poi, se avevamo ancora qualche dubbio sulla rilevanza della Rete nei processi decisionali:

il 15% del campione afferma di non comprare un prodotto dopo aver letto un giudizio negativo su Internet.

Se la marca, la fama del sito e la presenza su canali tradizionali oltre a quelli online sono ancora i fattori attraverso cui le persone valutano i prodotti (fonte dati: www.i-dome.com), il passaparola, i gruppi di discussione, i blog e i social network giocano un ruolo sempre più determinante sui processi decisionali. E non solto relativi ai consumi.

Naturalmente, dall’altra parte dell’Oceano c’è sempre chi considera molto attentamente questi fenomeni con un’idea martellante in testa: prevedere i bisogni reali degli utenti e inventare prodotti in grado di soddisfarli.

Così ha fatto Microsoft che il 3 giugno lancerà Bing, ovvero “The Decision Engine”, un nuovo motore di ricerca in grado di estrarre dalla rete una serie di informazioni utili per chi deve scegliere un prodotto, confrontare i prezzi, pianificare un viaggio, e così via.

Perché oggi, come dice Luca Colombo, Consumer&Online Marketing Officer Microsoft Italia:

“[...] la gente fa ricerca sul web non tanto più per trovare informazioni ma per prendere decisioni“. (fonte: www.repubblica.it)

Link:
http://www.microsoft.com/presspass/presskits/bing/default.mspx
http://www.decisionengine.com/Default.html

Italiani su MySpace

21 maggio 2009

myspace_logo.jpgNell’ultimo post il tema era “perché gli utenti abbandonano MySpace”.
Poco dopo averlo pubblicato ho trovato su www.i-dome.com un articolo relativo a un’indagine condotta da Aegis Media Expert sulle ragioni per cui gli utenti italiani apprezzano e rimangono su MySpace. Mi è sembrato doveroso riprenderlo come giusto seguito del discorso.

Dalla ricerca è emerso che l’aspetto più apprezzato del social network è “la possibilità di personalizzare la propria pagina (63% degli intervistati) seguita dalla possibilità di condividere contenuti ritenuti interessanti.”

Ma quali contenuti per l’esattezza?
Ecco le risposte degli intervistati: leggere testi e racconti personali (61%), condividere video (60%), partecipare a discussioni e forum (50%), scrivere articoli o post (46%), scrivere testi e racconti personali (43%) creare discussioni e forum (40%).

Questo è il link all’articolo:
http://www.i-dome.com/pagina.phtml?_id_articolo=13595&skip=1

Myspace e Facebook all’ultimo round?

20 maggio 2009

Vi appassionano le sfide? Quella tra MySpace e Facebook va avanti da ormai cinque anni e sembra ormai giunta a un punto di non ritorno. In base a recenti dati pubblicati sul sito www.techcrunch.com il social network della Fox Interactive Media (Myspace) ha perso il 20% delle visite mensili “worldwide”, passando da 47.4 miliardi dell’anno scorso ai 38 miliardi di oggi, mentre Facebook cresceva vertiginosamente compiendo un balzo da 44 a 87 miliardi di visitatori (+ 100%).

myspace_vs_facebook_pageviews.jpg

Come si spiegano questi dati? Perché le persone abbandonano MySpace?
Ecco alcune ipotesi:

- le pagine di MySpace sono pesanti da caricare e la personalizzazione del layout non è immediata: c’è chi lo definisce un crimine contro l’HTML;

- MySpace è un social network di intrattenimento ed è poco frequentato per ragioni legate al lavoro, mentre Facebook è ben sfruttato commercialmente;

- su Facebook c’è gente “reale”, mentre MySpace è zeppo di identità fittizie;

Chi avesse altre ipotesi si faccia avanti.

Concludo osservando che MySpace rimane ancora un punto di riferimento come social network musicale grazie al quale possiamo scoprire quanta gente insospettabile coltiva un assurdo progetto musicale. E penso che i gruppi iscritti difficilmente rinunceranno al loro spazio… specialmente dopo essere riusciti a domarne l’interfaccia.
Inoltre il crudo realismo di Facebook che deriva dal suo concept iniziale, lascia meno spazio alla creatività degli utenti e al gioco identitario che è un aspetto tipico della Rete, o per lo meno lo era prima dei “reality show”.

Web 2.0 e democrazia elettronica

9 aprile 2009

e_democracy.jpg

Internet si configura fin dai suoi esordi come strumento di partecipazione dove le persone creano scambi e danno vita a dibattiti su ogni argomento: dai temi di attualità fino allo sbarco degli alieni.
La definizione di “Web 2.0″ sarebbe quindi superflua, ma è ormai entrata in uso e ci è utile per parlare della socialità in Rete. Questo fenomeno ha da tempo attirato l’attenzione di chi si occupa di comunicazione pubblica e di chi lavora per le istituzioni. Nella straordinaria agorà digitale che è Internet, ci si chiede infatti se possono maturare processi utili a migliorare la qualità delle nostre democrazie aumentando la partecipazione dei cittadini alla vita politica.

Il seminario E-democracy 2.0 che si è svolto ieri a Bologna ha affrontato proprio questo tema sia dal lato teorico che pratico portando esempi di siti web, forum e social network creati per favorire il dialogo tra cittadini e istituzioni.
Tra i progetti presentati: il portale iopartecipo.net promosso della Regione Emilia-Romagna, e il network europeo PEP-Net formato da soggetti attivi nell’ambito della democrazia elettronica.

Tutti i relatori hanno sottolineato le grandi potenzialità di Internet come strumento di partecipazione e come mezzo per promuovere una maggior trasparenza delle istituzioni.
Sono emerse anche le criticità: Bryan Loeder dell’Università di York mette in guardia da un approccio strumentale di Internet da parte di politici che se ne servono più per fare indagini di mercato che per avvicinarsi alle persone. L’intervento di Laura Sartori dell’Università di Bologna si sofferma digital divide: la disuguaglianza che persiste nell’accesso alle tecnologie digitali in base al genere, all’età e all’istruzione.
Un’ulteriore criticità, rilevata tra gli altri da Peter Mambrey dell’Università di Duisburg-Essen, è il rischio che le numerosissime nicchie e gruppi di interesse attivi sul web diano luogo a un’eccessiva frammentazione nel mondo della Rete.

Le iniziative volte a prmuovere la partecipazone dei cittadini attraverso la Rete si confrontano spesso con la resistenza al cambiamento da parte delle istituzioni. Sabrina Franceschini della Regione Emilia-Romagna evoca a questo proposito la sindrome di NIMO, ovvero “Not in My Office”, la diffidenza all’interno delle organizzazioni, nei confronti delle innovazioni che possono interferire con i processi decisionali consolidati.

La strada della democrazia elettronica che questi pionieri stanno percorrendo è senz’altro in salita, specialmente se si considera che, nella nostra democrazia rappresentativa, i cittadini sono direttamente interpellati solo durante le elezioni e i referendum abrogativi. Che cosa accadrà quanto avremo tutti imparato a districarci tra i concetti di “e-democracy“, “e-partecipation“, “web 2.0” ed entreremo nel merito di questioni politiche e amministrative attraverso portali, forum e social network? In che termini avverrà, se avverrà, una maggiore inclusione dei cittadini nel sistema decisionale?

Certo è che la Rete sta favorendo la nascita di nuovi stakeholder, ovvero associazioni di cittadini e gruppi di interesse che si organizzano per manifestare esigenze e bisogni. In Rete sempre più persone desiderano far sentire la propria voce e le singole istituzioni stanno imparando a rapportarsi con questi creatori di pensieri alternativi che da tempo hanno trovato sul web uno spazio di espressione e socialità.

Campagna per le elezioni europee 2009: uno strano caso di localizzazione

17 marzo 2009

toppage_logo_it.jpgIn vista delle elezioni parlamentari del 2009, l’Unione Europea con il supporto di un’agenzia di comunicazione tedesca, la Scholz & Friends, si è impegnata nel lancio di una Campagna di sensibilizzazione per incentivare la partecipazione dei cittadini europei al voto. Nel 2004 l’Unione Europea aveva infatti registrato un imbarazzante calo di popolarità dato che solo il 46% dei cittadini si era recato alle urne. La prima cosa che giustamente un’istituzione deve chiedersi in questi casi è: dove abbiamo sbagliato?

Da questa esperienza è nata così l’idea di lanciare alla vigilia delle elezioni del 2009 una campagna per scongiurare l’astensionismo, uguale per tutti gli stati membri basata sul claim “It’s Your Choice” e riconoscibile dall’uso dei colori simbolo dell’Unione Europea: l’azzurro e il giallo.
In questo filmato sono spiegati gli obiettivi: dare coerenza alla comunicazione dell’Unione Europea proponendo ai cittadini la stessa visione, lo stesso slogan e lo stesso logo ovunque in Europa. Prendendo dichiaratamente spunto dal successo di Obama e del suo motto “Yes We Can” che tanto ha contribuito a infondere nell’elettorato americano un senso di partecipazione e responsabilità per la propria scelta.

La campagna si basa soprattutto su messaggi audiovisivi e multimediali. Lo scopo è naturalmente quello di “raggiungere le persone lì dove sono”: davanti alla televisione (fascia della popolazione più anziana) o al monitor del computer (i giovani), ma anche nei luoghi pubblici della città. Cinque spot sono infatti già visibili a Roma nello spazio Europa di via IX Novembre.

Aldilà delle valutazioni sull’esito degli sforzi creativi (e/o del budget speso) si tratta di un ottimo esempio di coordinamento delle attività di comunicazione utile a dare un senso di coesione dei vari stati membri e l’idea di un tessuto politico e sociale europeo di cui far parte in modo attivo. Il problema riscontrato nelle passate elezioni era infatti che le persone non percepivano come determinante il proprio voto di fronte a un elettorato formato da 350 milioni di cittadini.

Fin qui tutto bene, ma il nostro Ministro per le politiche comunitarie, Andrea Ronchi, non ha apprezzato il lavoro svolto dall’agenzia berlinese e dall’Unione Europea dissociando l’Italia dalla campagna. Questo il breve comunicato pubblicato sul sito del Dipartimento:

Il Ministro per le Politiche Europee, Andrea Ronchi, ritiene che i contenuti della campagna di comunicazione promossa dal Parlamento europeo, nella sua attuale formulazione, non siano idonei a migliorare la percezione e la conoscenza dei valori e delle opportunità derivanti dall’appartenenza all’Unione Europea.
Per questo motivo il governo italiano non intende aderire alla campagna di comunicazione europea in vista del voto di giugno. In pieno accordo con la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Dipartimento per le Politiche Comunitarie, sta preparando una diversa e più appropriata campagna di comunicazione.

Il TG1 oggi ha annunciato che si tratta di un problema di localizzazione, cioè di adattamento della comunicazione allo specifico contesto culturale del nostro Paese. Questa affermazione sembra andare nella direzione completamente opposta allo spirito che ha animato la campagna di sensibilizzazione UE.
Inoltre “localizzare” una campagna significa adattare un messaggio dal punto di vista linguistico e culturale, ma non richiede di doverla rifare (e per giunta a proprie spese).
Un esempio di localizzazione – che non è una semplice traduzione – è il claim “Usa il tuo voto” adattamento italiano di “It’s Your Choice” (letteralmente “è la tua scelta”) abbinato alla campagna in questione.

Mi chiedo, in qualità di professionista delle relazioni pubbliche, se una decisione del genere sia stata maturata con la dovuta attenzione. Come farà infatti il Governo Italiano a farci sentire parte di una comunità culturale, territoriale e politica più ampia partendo dal presupposto che siamo diversi dagli altri cittadini europei?

Comunicazione on-line: quali strumenti scegliere?

16 marzo 2009

stanzecolorate.pngGli strumenti per fare comunicazione online sono sempre più numerosi: dal sito istituzionale, al portale di informazione, fino ai blog, alle piattaforme social media come YouTube e Facebook. Senza parlare dell’ormai imprescindibile newsletter che permette di informare e fidelizzare i propri utenti.

Se vi sentite sommersi da un’ondata di proposte tutte più o meno promettenti, è il caso che vi fermiate un attimo a pensare. Prababilmente non potrete fare a meno di chiedervi: qual è l’investimento giusto per la mia attività? E a questo punto sarà opportuno rivolgere la stessa domanda a una/un consulente.

È importante che questa persona abbia una visione il più possibile ampia e aggiornata sul mondo della comunicazione tradizionale e online.
Il numero di servizi che può mettervi a disposizione può già indicare se si tratta di una/uno specialista in senso stretto o se invece ha una visione più vasta e vi permettrà di trovare la combinazione di servizi che fa davvero al caso vostro.

Perché in questo settore ormai nessun ambito è separato dall’altro. La grafica ad esempio: è possibile oggi progettare un logo senza tener conto delle sue diverse applicazioni, dalla carta stampata al web? Così anche per la costruzione di siti web: una volta creata l’interfaccia è sempre auspicabile investire qualche risorsa nell’ottimizzazione e nel posizionamento dei siti sui motori di ricerca o magari in una campagna pubblicitaria mirata a ottenere subito visibilità in rete. Altrimenti il sito rimarrà per lo più sconosciuto agli utenti e tante nuove opportunità sfumeranno.

Un’altra considerazione molto importante riguarda l’approccio ai canali di comunicazione.  Oggi Google   controlla gran parte dei servizi online ed è sempre più ampia la diffusione di software già pronti come Wordpress per confezionare blog e di strumenti “white label“.
Ci sono casi in cui realizzare costose applicazioni originali e proprietarie è la scelta migliore. Ma spesso sarebbe molto più utile personalizzare gli spazi di visibilità già esistenti come Myspace, Facebook, YouTube per trasmettere i propri contenuti come articoli, comunicati stampa, immagini e video.
Spostandosi sui social network è possibile infatti andare incontro a un bacino di utenti già esistente.

Si sta delineando un importante cambiamento di paradigma nel mondo della comunicazione online. Fino a ieri l’accento è stato posto soprattutto sulla creazione di mezzi attraverso cui promuovere e informare. Si realizzavano così siti pieni di effetti speciali, ma forse un po’ effimeri.
Oggi invece l’attenzione si sposta soprattutto sui contenuti audio, video e testuali da diffondere tramite canali già esistenti.

Molti esperti di comunicazione hanno già sottolineato l’importanza che i contenuti ricoprono in una efficace strategia di comunicazione fuori e dentro la Rete. Ma per assecondare questa trasformazione è necessario che aziende e clienti riconoscano il valore della creatività.
Le agenzie che lavorano con Internet hanno fin dall’inizio reclutato numerosi creativi provenienti dal mondo delle arti figurative, delle video-produzioni e della scrittura. Ma le loro potenzialità sono troppo spesso messe al servizio di una clientela poco preparata ad accogliere le novità.

Eppure, come ci dice il buon senso e anche i dati statistici, i principali utenti di Internet sono giovani (il 68% secondo l’Istat). Chiediamoci allora se investire in un modello di comunicazione rigido, fortemente aziendale, semplicemente perché “si è sempre fatto così”, consenta di conquistare davvero questo pubblico. O se invece la chiave del successo non stia piuttosto nella freschezza delle idee in un mondo sempre più interconnesso dove tanti competitori si contendono uno spazio di visibilità.